Bilancio del Campeggio dei giovani rivoluzionari

Mouvement Pour le Socialisme (Suisse)

venerdì 19 agosto 2011 di Secrétariat jeunes NPA

¡ Revolución real ya !

di Lucio e Camilla

“Rivoluzione reale ora”, questo il motto all’insegna del quale si è svolto, dal 24 al 31 luglio, il ventottesimo campo dei giovani internazionalisti. Circa 500 compagni e compagne, provenienti da diverse parti d’Europa e del mondo (tra cui noi, 14 persone provenienti dalla Svizzera) si sono ritrovati a Fumel nel sud della Francia, per discutere e dibattere delle esperienze di lotta e della situazione nei rispettivi Paesi, situazione che rispetto all’anno scorso è tutt’altro che migliorata. Nonostante si levino un po’ dappertutto voci che affermano che, dal punto di vista finanziario, il peggio della crisi sia ormai passato, in Europa si assiste ad un generalizzato attacco allo stato sociale e a quel poco del “Wellfare state” che era rimasto. Lampanti sono i casi della Grecia e del Portogallo, ma situazioni simili si stanno verificando nella maggior parte degli altri stati europei: pensiamo all’Italia, dove i tagli, soprattutto all’istruzione, sono all’ordine del giorno da diversi anni; all’ Inghilterra, dove le rette delle università aumentano vertiginosamente e così via: in buona parte del Vecchio Continente lo stato sociale, o meglio: quel poco che ne rimaneva, sta andando in pezzi, schiacciato dalle esigenze del sistema capitalistico.

L’evoluzione delle lotte Un simile peggioramento ha naturalmente portato allo sviluppo di nuove resistenze, lotte e proteste, o alla loro acutizzazione: nell’ultimo anno abbiamo assistito a un crescendo delle proteste, degli scioperi e delle manifestazioni di dissenso in quasi tutto il “Vecchio Continente”. A ciò si aggiungono poi le tematiche emerse prepotentemente proprio in questo ultimo periodo, in primis quella del nucleare e dell’ambiente e quella delle rivoluzioni arabe. Il disastro di Fukushima, le rivolte in Tunisia, Egitto, Siria, ecc. hanno determinato una presa di coscienza più forte su temi che erano scivolati in secondo piano o, nel caso della Primavera araba, hanno gettato una luce nuova su situazioni sociali che erano prima in gran parte sconosciute alle nostre latitudini e hanno riportato all’ordine del giorno della storia la rivoluzione.

Il ruolo della gioventù

Visto l’innegabile peggioramento della situazione europea, quale risposta possono dare i giovani, da sempre fra le categorie più colpite da tagli ai servizi e piani d’austerità, ai colpi inferti dalla classe dirigente alla sua stessa popolazione? Essi hanno sempre costituito una delle forze motrici più importanti dei movimenti sociali (basti pensare al ’68), sono sempre stati un elemento trainante nelle lotte contro i soprusi della classe dirigente capitalista. Anche nei casi odierni , si è infatti vista, in parecchi Paesi, una reazione notevole: pensiamo per esempio alla Spagna, con il movimento degli “Indignados”, alle proteste (in particolare quelle portate avanti dagli studenti) in Italia e Inghilterra, alle mobilitazioni e agli scioperi in Grecia, che coinvolgono praticamente tutte le fasce della popolazione.

Di fronte a queste notizie sorge tuttavia spontaneo chiedersi se mobilitazioni di questo genere bastino, per questo, durante il campo si sono avuti numerosi momenti di discussione dedicati all’attuale situazione nei vari Paesi. Dai dibattiti è emerso il problema fondamentale, comune a praticamente tutti i casi discussi: la necessità di creare un movimento in grado di avanzare rivendicazioni più ampie e concrete, oltre a quelle immediate, e il bisogno di una struttura organizzativa autonoma funzionante. È purtroppo ormai chiaro che se un movimento non riesce ad andare oltre l’iniziale spinta che lo ha portato a formarsi, è destinato in breve tempo a collassare ed esaurirsi e, per evitare questo, è indispensabile avere un programma che non si limiti ad alcune rivendicazioni immediate, ma che progetti ed esponga un cambiamento più radicale: un cambio di sistema. Ciò richiede però una condizione di fondo: la capacità di sapersi organizzare, l’autorganizzazione. Senza di essa, senza un coordinamento efficace ed autonomo rispetto alle necessità del capitale, è praticamente impossibile riuscire a portare avanti rivendicazioni in favore dei salariati e delle categorie oppresse in generale per un periodo di tempo prolungato.

Il campo come esempio di autorganizzazione Quanto detto sopra non è una mera utopia, ne è un esempio il campo stesso: per una settimana tutto, dalle pulizie al servizio d’ordine, è stato gestito dai compagni/e delle varie delegazioni che, coordinandosi tra loro sono riusciti a gestire l’intera struttura.

Non sono mancati naturalmente momenti di difficoltà, che però stati risolti grazie alla discussione e alla condivisione, a riprova del fatto che l’autogestione può essere imparate e migliorata con l’esperienza. Non lasciamoci dunque convincere da chi, per pigrizia o paura, pensa che simili esperienze siano impossibili o siano destinate a fallire.

L’autogestione è in realtà la forma più razionale di gestione, perché permettendo la più ampia libertà d’espressione ai diretti interessati, è più facilmente aperta al cambiamento e alla sperimentazione. Sono così le strutture che si adattano alle persone e non viceversa.

Non solo crisi ?

Anche se la crisi economica, o per meglio dire gli attacchi allo stato sociale che le classi dirigenti portano avanti utilizzandola come pretesto, è sempre stata al centro dell’attenzione, non sono mancati momenti di discussione su altri temi, tra cui le già citate rivoluzioni arabe e lotte contro il nucleare; il conflitto israelo- palestinese, con i soprusi commessi dallo stato di Israele ai danni della popolazione palestinese e dei simpatizzanti della loro causa che continuano senza il minimo riguardo per i diritti umani; la lotta al razzismo e molti altri. Come sempre lo Spazio Donna (non misto) e lo spazio LGBT (aperto a tutti), hanno animato durante tutta la settimana momenti di discussione sulle discriminazioni di genere e sulle lotte per i diritti LGBT: argomenti che hanno fatto nascere vivaci e positivi dibattiti sia all’interno sia all’esterno di queste strutture.

Queste discussioni si integrano comunque nell’attuale contesto generale. Le oppressioni specifiche, tra cui quelle sessuali e razziali, non sono difetti dell’attuale sistema economico e sociale, il capitalismo, ma ne sono parte integrante e fondamentale, costituendo, oltre che motivi di divisione della classe salariata, anche valvole di sfogo per sviare l’attenzione dai veri responsabili della crisi sociale a cui siamo esposti. È per questo che per noi è fondamentale e di primaria importanza capirle e combatterle. Non si potrà parlare di socialismo senza un impegno costante per l’abolizione di ogni forma di oppressione!

Un bilancio finale

In conclusione, il campo è stato un momento formativo, di discussione e dibattito molto interessante, in cui è stato possibile mettere a confronto esperienze e pareri diversi, in cui abbiamo avuto modo di dibattere dell’attuale situazione economica e sociale con compagni/e di tutt’Europa e dal mondo. Abbiamo anche potuto provare sulla nostra pelle che un mondo diverso è possibile, anzi necessario. Il cambiamento di sistema socioeconomico, visto l’attuale stato delle cose, è un’urgenza all’ordine del giorno: “¡Revolución real ya!” dunque. La lotta deve continuare, la strada è lunga e non ci sono scorciatoie, ma siamo tutti/e usciti da questo campo con rinnovate motivazioni e, per dirla con Gramsci, un rafforzato “ottimismo della volontà”!


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